Come la società può guarire dal terrorismo: i centri di rehab e la forza delle madri (parte seconda)

(QUI LA PRIMA PARTE)

Abbandoniamo per un momento la sfera prettamente europea per tornare a osservare il modello saudita. Rispetto ai primi anni 2000 molte cose sono cambiate: il primissimo Rehab Center, come sono chiamati oggi i luoghi dove si tenta di recuperare alla società i terroristi, si è esteso e moltiplicato per cinque, cinque strutture in grado di ospitare ciascuna dai 230 ai 250 “beneficiari”, come sono definiti qui coloro che vi si trovano, anche se sarebbe più corretto definirli “prigionieri”. I muri che li circondano restano muri, così come il filo spinato che li sovrasta (e in ogni caso questo percorso è successivo a un periodo trascorso in una vera prigione). Al contrario del sistema europeo, Riad non ha puntato molto sulla prevenzione (anche se alcuni predicatori sono stati cacciati dalle loro moschee perché tenevano sermoni nei quali incitavano alla guerra), preferendo invece concentrare i suoi sforzi sul care and counseling nei confronti di chi è già stato in Iraq e in Siria. Questi centri sono perfettamente attrezzati e offrono ai già citati beneficiari la possibilità di scegliere fra piscine all’aperto, campi da calcio, palestre con sauna e bagno turco, dormitori, ampi saloni, aule studio e altri luoghi di ritrovo. Ovviamente ci sono moschee dove pregare – anche se lontano dall’area più centrale delle strutture – e programmi di teologia per chi desiderasse approfondire temi legati al proprio credo. Al termine del trattamento gli assistiti vengono aiutati a cercare un lavoro o ad aprire un’attività commerciale, a tornare a vivere con le loro famiglie e, se lo necessitano, possono anche richiedere un sostegno psicologico. Dal 2008 si calcola che siano transitati dai Rehab Center sauditi almeno 3,000 persone.

L’esempio più noto di sistemi di riabilitazione informali giunge invece dal Canada dove, dalla tragica esperienza di Damian Clairmont (un giovane di 22 anni proveniente da Calgary morto in combattimento in Siria dopo aver aderito all’ISIS), è sorto un network a cui sua madre, Christianne Boudreau, ha dato un impulso fondamentale. Come molti altri governi neanche quello canadese ha saputo offrire a Christianne alcun consiglio mentre suo figlio era ancora in vita, per questo è nato Mothers for Life. Una rete internazionale di genitori, una rete a cui madri e padri si aggrappano per restituire i loro figli alla normalità, prima di partire, mentre sono già in guerra e quando sono tornati indietro. Nella cultura musulmana infatti la figura materna ha un’importanza centrale, è ad essa che i figli dovrebbero chiedere il permesso di partire per la jihad ed è a questo vitale nesso di congiunzione (tra genitore e figlio e tra genitore, figlio e islam) con i valori che i loro figli dicono di star difendendo che il progetto si è aggrappato nel lanciare un messaggio a tutti quei foreign fighters scappati di casa, una lettera in cui condannano il gesto dei ragazzi e gridano forte il loro dolore e la loro rabbia: “Non vogliamo che partiate. Vogliamo che torniate. Vogliamo che viviate. Anche se voi pensate che la morte possa regalarvi una vita migliore, ricordate che il Profeta ha detto: “Il Paradiso sta ai piedi delle vostre madri”. 

Esistono poi anche quelli che potremmo definire “sistemi misti”, dove istituzioni e privati collaborano. È il caso della Germania dove opera il programma di supporto Hayat (che collabora anche con Mothers for Life) per aiutare i familiari di chi vorrebbe o già fa parte di un gruppo terrorista o l’Inghilterra con la Quilliam Foundation – un’associazione che vuole sfidare sia la narrazione fondamentalista e i suoi effetti sui musulmani, sia proporre ai non musulmani una visione dell’islam pacifica e capace di coesistere con un contesto democratico e rispettoso dei diritti umani. 

E in Italia? Nel nostro paese, nonostante la martellante propaganda politica, la presenza di numerosi obbiettivi sensibili (il Vaticano e il patrimonio ecclesiastico più in generale, un governo che ha sostenuto attivamente tutte le “missioni di pace” a guida statunitense) e l’esperienza di alcuni jihadisti italiani (come Ibrahim Delnevo o Giampiero F.), non sono ancora stati attivati programmi di prevenzione e deradicalizzazione. Eppure, anche in questi casi, il fine ultimo della prigione dovrebbe essere il reintegro del criminale nella società (a cui – in teoria – il sistema giudiziario italiano si ispira) grazie anche alla rimozione dei fattori che hanno scatenato in lui un’azione deviante.

Ma questi programmi sono realmente efficaci? La rehab rappresenta una strada effettivamente percorribile allo scopo di redimere chi si è già compromesso e impedire che giovani confusi e influenzabili diventino dei boia o delle “spose della jihad”? Le percentuali parlano del 80-90% di successo tra le migliaia di casi trattati. Certo, in questi casi affidarsi a cifre e percentuali può sembrare un’assurdità; anche un solo caso di fallimento significa rimettere in libertà un soggetto potenzialmente pericolosissimo che, per quanto sia stato recluso per molto tempo con tutte le limitazioni che questa condizione implica, possiede esperienze, motivazione e contatti da sfruttare e riattivare per entrare nuovamente in azione.
D’altra parte, ad oggi, nel loro ambito i programmi di rehab potrebbero essere la scelta più efficace per combattere la propaganda dell’ISIS, un piccolo contributo, una goccia nell’oceano della guerra al terrore, laddove però conferenze internazionali e bombardamenti hanno finora fallito

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