Nuovi scontri tra Israele ed Hezbollah: un'altra guerra o tutta una strategia?

Non era possibile per Hezbollah, organizzazione e partito islamista Sciita attivo in Libano dagli anni Ottanta, non reagire di fronte all'uccisione, avvenuta lo scorso 18 gennaio, da parte dell'esercito israeliano di 6 guerriglieri, tra i quali anche Jihad Imad Mughnniyeh, uno dei più promettenti e giovani comandanti delle milizie. Insieme a loro, nell'attacco, avvenuto sull’altopiano siriano del Golan, è stato colpito anche il generale iraniano Mohamed Ali Allahdadi
Ed infatti Hezbollah ha reagito. 
Sebbene le energie dell'organizzazione libanese siano concentrate da un lato a spalleggiare Assad nella guerra civile siriana e dall’altro a proteggere il confine settentrionale del Paese dalle minacce, spesso congiunte, del Fronte di Al-Nusra e dell'ISIS, l'attacco israeliano è stato vendicato la settimana successiva. Due convogli dell'IDF sono stati colpiti nella zona delle fattorie di Sheeba e due soldati sono morti. Questo scambio di battute potrebbe risvegliare la tensione mai sopita tra i due attori, aprendo un nuovo fronte di contesa in Medio Oriente e, al contempo, chiarificando le parti in gioco.














In primo luogo, l’attacco israeliano mostra come l'asse tra Beirut, Damasco e Teheran sia oggi saldo e compatto. La presenza del generale della Guardia Rivoluzionaria insieme ai guerriglieri e al comandante libanese in territorio siriano si inserisce in una triplice relazione costruita sulla vicinanza ideologica (Hezbollah si configura come una costola della rivoluzione di Khomeini) e sui comuni interessi economici: il Libano infatti è nato come scissione dalla Siria che ha tuttavia sempre mantenuto un elevato grado di invasività nella vita economica, politica e sociale del piccolo vicino. Se alcuni analisti avevano ipotizzato un indebolimento dell'alleanza a seguito del conflitto interno siriano, l'emergere del “califfato” ha permesso di serrare le fila e rinsaldare i rapporti i cui obiettivi valicano il semplice controllo territoriale della zona del Golan a scapito degli jihadisti.

Infatti, la presenza sul Golan siriano potrebbe rappresentare l'apertura di un nuovo fronte del conflitto tra Hezbollah ed Israele. Oggi Hezbollah, insieme all'Iran, utilizza il territorio siriano come fronte da cui lanciare attacchi contro l'acerrimo nemico storico. Una conquista di peso non indifferente che può far pensare che questo fosse l'obbiettivo primario del coinvolgimento del “Partito di Dio” nella guerra civile siriana.  
L'attacco dello scorso 28 gennaio contro Israele si inserisce sulla stessa linea e conferma che il principale bersaglio è, come è sempre stato, l'”entità sionista” e che l'attività in Siria è, almeno in parte, secondaria e funzionale. Del resto Hezbollah trova nella “resistenza” contro Israele la propria ragion d'essere, nonché il fulcro sul quale fondare la sua attività militare e retorica. 
Nonostante entrambe le parti sembrano intenzionate ad evitare un nuovo scontro diretto, Israele potrebbe approfittare della guerra civile siriana per indebolire Hezbollah ed Hezbollah potrebbe essere forzata a reagire ad ogni provocazione per non tradire la propria natura e indebolire la propria reputazione. 
sayyed hassan nasrallah hezbollah
In particolare, Hassan Nasrallah, leader dell'organizzazione ed attento comunicatore, di fronte alla consueta folla oceanica che ha preso parte alla commemorazione dei sei guerriglieri uccisi nel sud di Beirut ha riaffermato che “Hezbollah non la vuole, ma non è spaventata dalla possibilità di una nuova guerra”. Una sottile ma diretta risposta alla minaccia israeliana, quasi una dichiarazione di guerra aperta nella quale non sarà il Partito di Dio a scoccare il primo colpo, ma non lascerà nulla in sospeso.

Con il contro-attacco, Hezbollah ha voluto anche mettere alla prova l'elite politica interna spaccata da anni di tensioni e ampie fratture fondate su elementi religiosi. In questo caso, invece, si è dimostrata solidale con il Partito di Dio, plaudendo con cautela alla riuscita dell'attacco contro i convogli israeliani. Contemporaneamente, il quotidiano libanese The Daily Star richiede a gran voce di pensare al Libano nella sua interezza; viene chiesto all'organizzazione di agire con cautela, saggezza e un certo grado di umiltà. Reagire alle provocazioni israeliane significherebbe per un paese di 4 milioni di abitanti che al momento ospita un milione e mezzo di rifugiati siriani e un numero imprecisato di profughi palestinesi un vero e proprio collasso.

E se invece si trattasse di una operazione mediatica? Il conflitto tra i due attori sin dagli anni Novanta è stato caratterizzato da una campagna di comunicazione piuttosto variegata ed efficace. Proprio la guerra del 2006 è uno dei primi esempi di guerra asimmetrica giocata anche sul piano mediatico e, in quella occasione, Hezbollah è riuscita nell'obiettivo di rappresentare se stessa come il coraggioso Davide capace di sconfiggere il temibile Israele-Golia. In più, la non-vittoria di nessuno dei due fronti si è trasformata in un successo di Nasrallah e della sua organizzazione per via della sproporzione della risposta israeliana alla provocazione iniziale del Partito di Dio. Insomma, e se anche questa volta il botta e risposta fosse un modo per mantenere alta la tensione senza, però,  ampie conseguenze pratiche? 

hezbollah vignetta sara assaf twitter
Da un lato, lo scambio può permettere a Netanyahu di rafforzare la sua immagine di leader forte, indipendente e decisionista di fronte all'opinione pubblica e agli Stati Uniti in odor di negoziato con l'Iran, mentre, dall'altro, Nasrallah ha l'occasione di “ricordare” ai libanesi e alla comunità internazionale (che da anni richiede il disarmo completo della milizia) che Hezbollah è necessaria per mantenere la sicurezza (e la pace) nella regione, nonostante la presenza sul territorio anche della missione ONU. L'impegno in Siria, l'apertura del reclutamento a vaste fette della popolazione a lungo ritenute inadeguate nonché la presenza di alcune talpe israeliane tra le fila dell'organizzazione hanno recentemente danneggiato la reputazione del Partito di Dio che, per alcuni, non è più il soldatino ordinato, composto ed efficace di un tempo. Di conseguenza, uno scambio a fuoco con Israele può, mediaticamente, servire a riconquistare “i cuori e le menti” del pubblico nazionale, a ricordare agli israeliani che ogni loro provocazione sarà vendicata, a mostrarsi di fronte al mondo musulmano sciita, e al mondo arabo in generale, come la “solita” roccaforte contro Israele, a riaffermare sul piano politico globale che Hezbollah (r)esiste, uno dei pochi elementi costanti della presenza libanese nel calderone mediorientale.

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