La guerra civile siriana sta diventando sempre di più una questione spinosa dalla quale non si riesce a trovare una via d’uscita.
All'inizio il conflitto sembrava
muoversi su due precisi fronti in guerra: le truppe lealiste e fedeli al
presidente Bashar al- Assad contro l’esercito libero siriano, coordinato dal
Consiglio nazionale siriano. A due anni dall’inizio della rivolta (marzo 2011)
ci si è accorti ormai che questo schema semplificativo non parla chiaramente di
quello che realmente sta accadendo, cioè una situazione dove stanno operando
diversi attori internazionali, più o meno impegnati attivamente nel difendere
interessi personali, sostenendo direttamente o indirettamente questo o quel
gruppo armato. Il tutto mentre le atrocità hanno fatto segnare il macabro picco
dei 90.000 morti, in buona parte tra la popolazione civile, segnata dai
bombardamenti, dalle esecuzioni di massa e (ennesimo spauracchio o questa volta
fonte certa?) dell’uso di armi chimiche.
Ma cerchiamo di dare uno sguardo in
profondità al teatro degli scontri. Per prima cosa sembra che la Siria sia
divenuta la pentola a pressione dello scontro decisivo tra le due anime
dell’Islam, lo sciismo e il sunnismo. La famiglia del presidente Assad
appartiene al clan degli Alawiti, vicina agli sciiti, e il regime è appoggiato
da Iran ed Hezbollah, il movimento sciita anti-israeliano del sud del Libano.
Questi due soggetti temono di subire un accerchiamento sunnita nel caso di
vittoria delle truppe ribelli, nelle quali combattono numerosi fondamentalisti
legati alla Fratellanza Musulmana e al movimento salafita, appoggiati in denaro
e armi da Arabia Saudita e Qatar. Dell’impegno diretto dei miliziani di
Hezbollah al fianco del regime di Damasco si sospettava da tempo (notizie di
rientri di salme nel Libano di combattenti caduti in Siria, i raid
dell’aviazione israeliana contro presunti carichi di armi diretti al “partito
di Dio”); la conferma definitiva però si è avuta con l’infiammare della
battaglia di Qusayr, cittadina siriana a pochi chilometri dal confine libanese,
dove le milizie di Hassan Nasrallah hanno dato un contributo determinante
all’esercito di Damasco per scacciare i ribelli dal centro abitato, in mano
loro da un anno.
Accanto a questo sanguinoso scontro tra dottrine islamiche, assistiamo
all’impotenza nella quale stanno non giocando la partita le diplomazie europea
e statunitense: soprattutto gli americani non sembrano riuscire a fare il
decisivo passo in avanti, armando ufficialmente i ribelli. La paura di ripetere
gli errori del passato è altissima, il ricordo degli armamenti dati in
dotazione ai ribelli afghani durante l’invasione sovietica del paese e il
pantano nelle quali le truppe dello zio Sam sono rimaste intrappolate prima con
il conflitto contro i Talebani e poi, soprattutto, con l’invasione dell’Iraq
determinano l’impotente immobilismo dell’amministrazione Obama. Il caro tema
delle armi chimiche viene trattato con una certa prudenza (anche qua ci
ricordiamo qualcosa?), mentre Francia e Gran Bretagna affermano che dei loro
ispettori hanno ritrovato sui campi di battaglia tracce di Gas Sarin, molto
probabilmente impiegato dalle milizie di Assad.
In tutto ciò si avvicina la
conferenza di Ginevra, dove grazie alla pressione della Russia il governo di
Damasco parteciperà ai negoziati di pace: una prova di forza di Vladimir Putin,
alleato del regime, per dimostrare che la situazione è sotto controllo e che i
ribelli devono rivedere le loro strategie, non avendo più la situazione sotto
controllo come qualche mese fa. Strategia che potrebbe portare dei risultati,
visto che il generale dell’esercito libero siriano, Salim Idriss, ha fatto
sapere che a queste condizioni l’opposizione non prenderà parte ai negoziati,
invocando la fornitura di armi da parte della comunità internazionale, e
mettendo in guardia dalla crescita delle organizzazioni fondamentaliste come il
fronte Al-Nusra, legato ad Al-Qaeda.
Mattia Temporin
Mattia Temporin
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