Giochi di guerra in Europa Orientale: a chi giovano?

Nel 70° anniversario che celebra la fine della seconda guerra mondiale, sentiamo e leggiamo numerose opinioni e dichiarazioni, da giornalisti a politologi, fino agli onnipresenti teorici del “cospirazionismo” in salsa sionistakomunistamassonicabilderbergkasta, che la terza guerra mondiale è sempre più vicina e pochi giri di lancette dell’orologio ci separano dall’inizio dell’apocalisse. Ovviamente tutto ciò si riconduce alle perenni tensioni che da quasi due anni stanno condizionando gli equilibri geopolitici della parte centro-orientale nel continente europeo, per via di un conflitto nell’Ucraina dell’Est che non accenna a placarsi. 

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Forze statunitensi, ucraine e lituane durante delle esercitazioni militari condivise in una foto di Mykola Tys/EPA 

Ci eravamo tutti illusi che i cosiddetti “Accordi di Minsk-2” del febbraio 2015 avessero posto le basi per una tregua solida e costruttiva  dopo i fallimenti del precedente protocollo firmato nella capitale bielorussa il 5 settembre 2014. Parafrasando una frase di Danilo Elia nel suo articolo pubblicato dall'Osservatorio Balcani-Caucaso: “La tregua uccide". I combattimenti tra l’esercito regolare ucraino (affiancato da numerose milizie paramilitari) e i miliziani separatisti che controllano le regioni di Donetsk e Luhansk, sono proseguiti e, dalla metà di luglio, i due fronti sono ritornati anche a fare uso dell’artiglieria, nonostante gli accordi ne prevedessero lo smantellamento. Sebbene la ripresa delle ostilità non sia ancora coincisa con l’inizio di operazioni belliche su vasta scala lungo la linea del fronte, il riaccendersi in modo “ufficiale” delle tensioni nell’ex repubblica sovietica ha creato il solito effetto domino di rafforzamento della sicurezza nei paesi che temono di essere a loro volta travolti dalle conseguenze del caos ucraino. In questa prima parte di agosto numerosi quotidiani internazionali hanno riportato come sia la NATO che la Russia hanno intensificato le rispettive esercitazioni militari, inasprendo una tensione che non si registrava così alta dalla fine della guerra fredda. L’incremento dei “War Games” è stato particolarmente intensivo nelle zone che le due parti considerano come le più deboli del loro scacchiere: l’Alleanza Atlantica ha deciso di aumentare in maniera considerevole la sua presenza nelle tre Repubbliche Baltiche, le quali rappresentano l’area più vulnerabile della Coalizione, attraverso operazioni che hanno visto l’impiego di 15.000 truppe in simulazioni di reazioni ad (im)probabili infiltrazioni russe sullo stile della Crimea; la Russia, dall’altre parte, nel mese di marzo aveva dispiegato un impressionante quantitativo di forze per manovre ad ampio raggio (si parla di circa 80.000 soldati) per contrastare possibili azioni offensive degli USA e dei suoi Alleati NATO, specialmente in zone di importanza nevralgica per la difesa russa come l’exclave di Kaliningrad (situato tra Polonia e Lituania) e il Mar Artico.

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Soldati russi durante le prove per il Victory day | Fonte: telegraph.co.uk
Le misure adottate da entrambi gli schieramenti  hanno fatto di fatto incrementato i toni di allarmismo generale, dando fiato a tutti quelli che vedono nell’aumento della tensione tra le parti il preludio allo scoppio del terzo conflitto mondiale. E questo non fa altro che muovere gli ingranaggi che alimentano questa paura. Dobbiamo effettivamente cadere vittime del panico e costruire dei rifugi atomici nei nostri scantinati? Oppure, come quasi sempre accade, stiamo esagerando nel trarre delle conclusioni? La verità, se realmente esiste, sta ovviamente nel mezzo. Il clima di tensione generato dal disastro del conflitto interno ucraino è figlio di molti colpevoli. Sia la Russia che l’Occidente hanno creato una situazione che entrambi pensavano di usare a loro piacimento e che invece è letteralmente sfuggita di mano: al Cremlino, il quale attraverso l’annessione (scellerata) della Crimea e il supporto (diretto ed indiretto) ai separatisti russofoni pensava di continuare a condizionare a suo piacimento le sorti di Kiev, attraverso una strategia dei “frozen conflict” già adottata con successo nei confronti della Georgia; agli USA e a molti Stati europei, che pensavano, attraverso il sostegno ai moti di Maidan e al supporto nella destituzione dell’ex presidente Janukovic, di aver reciso il ruolo che il Cremlino aveva sempre giocato nel condizionare la vita politico-economica del Paese, aprendo conseguentemente la strada verso l’integrazione crescente nelle strutture dell’Unione Europea e, successivamente, della NATO. L’escalation della “Proxy War” (guerra per procura) ucraina e tutti i fallimenti nel cercarne una via d’uscita hanno certificato la sconfitta dell’Occidente, che ha preferito sostituire un oligarca fedele a Putin con un oligarca fedele a Washington e a Bruxelles, e l’incapacità di Vladimir Putin nell’indirizzare il disordine ucraino a suo piacimento. L’annessione della Crimea infatti, oltre a generare le sanzioni occidentali che hanno indebolito la loro economia, ha decretato il rivolgersi contro Putin della fetta più importante del paese in termini economici, desiderosa di abbracciare il prima possibile le Istituzioni occidentali.

Nonostante i membri del “quartetto Normandia” (Poroshenko, Putin, Merkel, Hollande), siano tornati al tavolo dei negoziati alla fine di luglio, per ridiscutere il processo che dovrebbe portare ad una nuova linea demilitarizzata sul fronte, concedendo anche importanti concessioni ai ribelli filo-moscoviti (come l’acquisizione di numerosi villaggi che spianerebbero la strada verso Mariupol, città sul Mar d’Azov, obbiettivo dichiarato dei miliziani di Donetsk), la realtà è che l’Ucraina sembra in procinto di affrontare una situazione dalla quale non uscirà sicuramente nel breve periodo. E che l’Occidente, inizialmente coinvolto nel sostegno alle operazioni antiterrorismo dell’amministrazione Poroshenko, si sia progressivamente smarcato dalla questione ucraina. Il paese sembra essere dato per perso, e gli sforzi statunitensi e dell’Alleanza Atlantica si sono rivolti ora nell’incrementare la difesa di Lituania, Lettonia ed Estonia, i “falchi” della linea anti-russa e spaventati nel diventare il nuovo possibile obbiettivo delle mire neo-espansioniste del Cremlino. Ovviamente Mosca ha interpretato questo dispiegamento di forze ingente nei Paesi Baltici (5000 truppe e numerosi armamenti pesanti in arrivo dal Pentagono) come una minaccia diretta alla sicurezza nazionale, reagendo di conseguenza per non farsi trovare impreparato di fronte ad un’eventuale aggressione armata. 

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Il "quartetto Normandia" | Fonte: sputniknews.com
La situazione quindi si presenta come estremamente tesa e complessa, anche se nessuna delle due parti in questo momento è intenzionata a compiere un’azione scellerata che porterebbe, al 99,9% dei casi, ad un confronto nucleare. A chi giovano quindi queste dimostrazioni nel mostrare i muscoli all’avversario? Non certo a tutti quelli che chiedono una distensione dei rapporti tra l’Occidente e la Russia, indispensabili per ritornare ad una politica di cooperazione che porterebbe solo a dei benefici per tutti (anche per gli stessi paesi Baltici, la cui economia, a causa delle sanzioni, sta vivendo un momento di difficoltà). Si può dire che in questo momento, ancora una volta, e con tutte le difficoltà che sono state elencate, Vladimir Putin sia posizionato un passo avanti rispetto agli USA e alla NATO. Distogliere lo sguardo dall’Ucraina permette ai russi di riorganizzare le forze e di giocare nella strada dei negoziati da una posizione di forza rispetto a quella del governo di Kiev. Nonostante i numerosi errori commessi, a Putin la situazione creatasi nella parte orientale può andare bene così, permettendogli di condurre in porto le sue richieste (amnistia ai ribelli, riconoscimento dei capi delle Repubbliche separatiste come interlocutori) in base anche alla riconosciuta debolezza della politica ucraina e delle sue Forze Armate. Inoltre, l’aumento della presenza euro-atlantica ai suoi confini occidentali permette al Presidente russo di ricompattare sotto lo strumento del nazionalismo l’opinione pubblica, spaventata da un possibile attacco militare del nemico, distogliendo quindi l’attenzione dai problemi che attanagliano la società civile. 


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