Dagli Stati Uniti all’Italia: la tortura rimane un buco nero nella battaglia per i diritti umani


Mercoledì 10 dicembre, oltre a essere la Giornata internazionale dei diritti umani, è il 30esimo anniversario dell’adozione della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura. Quasi fosse un segno del destino, proprio poche ore prima della ricorrenza è stato diffuso il rapporto della Commissione d’Intelligence del Senato americano sui metodi utilizzati dalla Cia contro i terroristi tra il 2002 e il 2008. L’idea di base che emerge dal rapporto è che la Cia abbia fornito informazioni distorte alla Casa Bianca e al Congresso e ripetutamente omesso alcune delle tecniche utilizzate durante gli interrogatori. Il documento rivela informazioni finora rimaste sconosciute come la detenzione segreta, ad opera della Cia, di almeno 119 detenuti e l’uso di tecniche classificabili come tortura durante gli interrogatori. 
Stiamo parlando di pratiche come il waterboarding (la tecnica che dà il senso di annegamento), l’alimentazione rettale, la privazione del sonno e il confinamento in spazi piccoli. Non che queste informazioni fossero completamente ignote all’opinione pubblica, ma è la prima volta che vengono pubblicate in un documento ufficiale. Sebbene il rapporto sottolinei come le tecniche brutali di interrogatorio si siano rivelate inefficaci, il direttore della Cia, John Brennan, ha dichiarato che hanno prodotto informazioni fondamentali per evitare attacchi e catturare terroristi. È possibile che il servizio d’intelligence della più grande democrazia occidentale continui a giustificare l’uso di trattamenti inumani e degradanti? 
Non bastano le dichiarazioni di Obama che ritiene che «alcune delle azioni intraprese sono state contrarie ai nostri valori. Un programma preoccupante di tecniche d’interrogazione incompatibili coi principi della nostra nazione, inutili ai fini dell’antiterrorismo e controproducenti per la nostra sicurezza nazionale (…) hanno gravemente danneggiato la reputazione dell’America nel mondo.» Perfino la pubblicazione del documento, nonostante sia un notevole traguardo, non si può considerare come l’inizio di una nuova era. É stata, infatti, fortemente osteggiata dai repubblicani e il rapporto presenta la firma solamente della componente democratica della commissione. Si tratta di una pagina nera nella storia americana e sarebbe da ingenui pensare che queste pratiche siano state perpetrate durante l’amministrazione Bush senza il tacito consenso di tutto il sistema politico, compresa l’ala democratica. Se c’è un effetto positivo della pubblicazione del rapporto, è quello di porre i riflettori sull’argomento sia all’interno della scena politica americana sia a livello internazionale. 

A proposito di riflessioni sul tema, non può non ricorrere alla mente il fatto che in Italia non ci sia ancora una legge che prevede e punisce il reato di tortura. La Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, ratificata dall’Italia nel 1988, prevede che ogni stato si adoperi per perseguire penalmente quegli atti di tortura delineati all’art. 1 della Convenzione stessa. L’Italia ha anche ratificato il Protocollo opzionale della Convenzione (3 aprile 2013), che prevede un Meccanismo di prevenzione nazionale, ossia un sistema di controllo locale che deve essere creato entro un anno dall’entrata in vigore del Protocollo. Questo meccanismo rappresenta uno sviluppo innovativo nel modus operandi tipico del sistema delle Nazioni Unite, che solitamente si focalizza su azioni successive, e non preventive, alla presunta violazione di diritti umani. L’Italia, con una nota del 28 aprile 2014, ha comunicato che il meccanismo nazionale di prevenzione italiano sarà costituito dal sistema di garanti locali, coordinati dal neo istituito (ma non ancora nominato) Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale. Ci troviamo però ancora un passo indietro rispetto ai principali paesi europei, che hanno già recepito il reato di tortura all’interno del proprio ordinamento. Per anni i tentativi di inserire il reato di tortura nel nostro codice penale sono stati osteggiati da parlamentari che brandivano la bandiera della difesa dell’operato delle forze dell’ordine. Come se la sola previsione del reato andasse ad intaccarne la legittimità o volesse insinuarne una presunta perenne colpevolezza. 
Qualcosa però si sta muovendo e questo potrebbe essere l’anno decisivo. Il 5 marzo il Senato ha approvato il disegno di legge sul reato di tortura. Il testo, che ora si trova in esame alla Camera, introduce un reato specifico di tortura e non richiama il requisito della necessaria reiterazione degli atti di violenza o minaccia perché si possa parlare di tortura. Il reato viene qualificato come comune e quindi imputabile a qualunque cittadino, anche se si prevede l’aggravante se commesso da pubblico ufficiale. Proprio il 10 dicembre Amnesty International, che da sempre ha perorato questa causa, durante la conferenza stampa nell’ambito dell’iniziativa “il silenzio contro la tortura” ha consegnato alla vice presidente del Senato, Linda Lanzillotta, le 16000 firme raccolte per chiedere l’introduzione di questo reato. La senatrice ha ribadito l’impegno delle istituzioni in questo settore. 

Concluderei con quello che potrebbe essere uno dei buoni propositi per l’anno nuovo: è giunto il momento che gli Stati Uniti e l’Italia, ed insieme a loro molti altri stati, facciano un passo in avanti nella lotta contro la tortura. Ratificare le Convenzioni internazionali fa sentire gli Stati con la coscienza a posto. Una ratifica però non può essere uno strumento sufficiente per considerarsi garanti del rispetto dei diritti umani. E se non sono le democrazie di lunga data a dare il buon esempio, come se ne può chiedere il rispetto ad altri stati? 

Nessun commento:

Posta un commento