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31 gennaio 2015

Habemus Praesidentem: la vittoria di Sergio Mattarella e Matteo Renzi


Finalmente abbiamo il dodicesimo Presidente della Repubblica: Sergio Mattarella, è stato eletto al quarto scrutinio con 665 voti, quasi i due terzi del totale e giurerà martedì alle 10. La candidatura di Mattarella è stata proposta dal Partito Democratico ed è stata sostenuta anche da SEL, Scelta Civica, NCD e gruppi minori. Forza Italia ha deciso di votare scheda bianca ma le schede bianche sono state meno dei grandi elettori su cui poteva contare: qualcuno ha votato Mattarella, e anche di questo se ne parlerà nei prossimi giorni.
Nato a Palermo il 23 luglio 1941, deputato dal 1983 al 2008 prima tra le fila della Democrazia Cristiana e poi con il Partito Popolare e la Margherita e iscritto al Partito Democratico dal 2007. 
Ha ricoperto più volte la carica di Ministro: Ministro per i rapporti con il Parlamento nel 1987 durante il Governo Goria, della Pubblica Istruzione nel 1989 nel Governo Andreotti, della Difesa nel 1999 con Massimo D’Alema Presidente del Consiglio, ed è giudice costituzionale dal 2011 su nomina parlamentare. 
Da Ministro della Pubblica Istruzione si dimise il 27 luglio 1990, insieme ad altri ministri della corrente di sinistra della DC, per protestare contro la fiducia posta dal governo sul disegno di legge Mammì di riassetto del sistema radiotelevisivo, che venne soprannominato sarcasticamente "Legge Polaroid" in quanto, a detta dei detrattori, si limitava a fotografare la condizione esistente legittimando la posizione dominante del gruppo televisivo di Silvio Berlusconi. 
Proprio per queste sue dimissioni, il leader di Forza Italia non ha voluto appoggiare la candidatura di Mattarella a Presidente della Repubblica. 
Più che delle sua storia personale e politica, spesso si parla  del “Mattarellum”, l’appellativo inventato da Giovanni Sartori per la legge elettorale approvata dopo il referendum del 1993: si trattava di un sistema piuttosto complicato ma che, come caratteristica fondamentale, assegnava i seggi per tre quarti con il maggioritario e per un quarto con il proporzionale. Il Mattarellum ha regolato lo svolgimento delle le elezioni del 1994, del 1996 e del 2001, prima del cosiddetto “Porcellum”. Sebbene molto criticata all’epoca, è stata poi rivalutata e oggi è spesso citata come l’ultima legge elettorale italiana che permetteva agli elettori di scegliere direttamente e con semplicità i loro rappresentanti.

Sergio Mattarella ha vinto. 
Ha vinto anche il Partito democratico, e con lui l’Italia. Due anni fa, abbiamo assistito ad uno spettacolo penoso fatto di spaccature e tradimenti, dando al mondo l’immagine di un’Italia alla deriva, di un sistema politico allo sbando e di un Paese ormai sull’orlo del baratro. 
Come spiega chiaramente Michael Brau su Internazionale, "questa volta invece, malgrado le sue divisioni interne, il Pd ha retto alla prova, grazie anche a una minoranza che, sotto la guida di Pierluigi Bersani, ha voluto giocare la partita. E grazie al segretario nonché presidente del consiglio, Matteo Renzi. È lui infatti il vincitore assoluto: ha anteposto l’unità del partito al patto del Nazareno. Ha rinunciato a designare un candidato “renziano”, magari gradito a Berlusconi. Ha optato per un profilo che piace tanto alla sinistra del Pd quanto alle forze centriste ed ex Dc sparse un po’ in tutti i partiti, per una persona inoltre sulla cui preparazione e indipendenza pochi nutrono dubbi."
Ma la vittoria di Renzi non si ferma alla “semplice” elezione del Presidente della Repubblica. 
È stata una vittoria totale: ha scelto lui personalmente il presidente della Repubblica; ha ottenuto il consenso di tutto il suo partito, che fino a ieri era in profondissime divisioni; ha ricevuto quindi dalle opposizioni interne, Fassina, Civati, Bersani, lodi e apprezzamenti unanimi come mai, ricompattando un senso di identità che per qualche tempo annulla tutte quelle divisioni; ha smentito i suoi nemici più aggressivi sgonfiando loro in mano il grande mito diabolico del Patto del Nazareno, arma di polemica quotidiana nei suoi confronti; ha dimostrato ai sospettosi del suo avvicinamento a Berlusconi che lui Berlusconi lo scarica e umilia quando vuole; scaricato e umiliato Berlusconi; gettato Forza Italia in un caos persino più drammatico di quello in cui già si trovava; evitato probabilmente che tutto questo possa avere conseguenze sulla riforma della legge elettorale; escluso completamente dalla scena il M5S e ridicolizzato i suoi sforzi sovversivi, diventati contorno e capriccio; portato sulla propria autonoma scelta di un candidato il voto arrendevole di molti parlamentari di altri partiti.
Matteo Renzi ha vinto soprattutto dimostrando che il Presidente della Repubblica non è un esponente del Patto del Nazareno, ma del Patto del PD, dove la maggioranza e la minoranza si sono trovate d’accordo. Il PD oggi ha dimostrato unione e compattezza, ma nessuno si aspetta che un tale compromesso possa durare per molto tempo. 
La bravura dei singoli esponenti, la grandezza del campo politico che va ad occupare, e la mancanza di un “Padrone”, fanno del Partito Democratico un partito che sarà sempre soggetto a questo tipo di rotture e tensioni. 
Ma per il momento Matteo Renzi ha superato queste difficoltà. 
Lo attenderanno giorni difficili, soprattutto perché il Presidente della Repubblica non sarà per nulla accondiscendente nei suoi confronti, ma un uomo tutto d’un pezzo che non svolgerà la sola funzione da arbitro o controllore, ma vivrà attivamente e direttamente la vita del Parlamento del nostro Paese. 



29 gennaio 2015

Tubenomics - 800 mila Euro

Un sobrio De Magistris che esulta per l'impianto di Scampia

800 mila euro è il risparmio annuo per la Pubblica Amministrazione promesso dal nuovo impianto di Scampia, per la lavorazione dei rifiuti umidi, da cui verranno prodotti biogas e compost. Il progetto è stato presentato ieri (mercoledì 28 gennaio) dal sindaco De Magistris e dall'AD di Banca Prossima (Gruppo Intesa Sanpaolo) Marco Morganti. La novità è l'utilizzo di uno strumento di finanza sociale per il finanziamento dell'opera, costruito sul modello dei Social Impact Bond (SIB) anglosassoni. Il SIB è stato lanciato per la prima volta nel 2010 dalla non-profit inglese Social Finance UK. In breve, il meccanismo è il seguente: si tratta, come dice il nome, di uno strumento di debito in cui gli investitori pagano per un preciso progetto teso a migliorare un problema sociale e che ha l'effetto di ridurre la spesa pubblica legata al problema stesso. Se il miglioramento generato dall'intervento è effettivo, l'ente governativo ripaga i sottoscrittori del bond per il loro investimento iniziale, aggiungendo un premio per il rischio finanziario da loro assunto. Nel caso di fallimento del progetto, gli investitori non ricevono alcun pagamento e perdono il loro investimento. In sostanza, la società che emette il bond si pone come intermediario tra investitori e organizzazioni del terzo settore, in modo da raccogliere fondi e indirizzarli verso il progetto. Il piano pilota ha interessato il carcere di Peterborough e aveva lo scopo di ridurre del 7.5% il tasso di recidiva dei carcerati. Solo in questo caso il bond avrebbe generato un gettito per gli investitori.
L'interesse generato attorno a questo modello di finanza sostenibile sviluppato in UK, ha spinto la diffusione del SIB negli Stati Uniti, Germania, Olanda, Belgio, Australia e Canada. Ora anche il nostro paese si appresta a sperimentare nuovi tipi di finanziamento, resi necessari dall'impoverimento delle finanze pubbliche e dai vincoli di spesa. Banca Prossima ha proposto per Scampia un modello in parte differente dal Social Impact Bond originario, che prende il nome di TRIS-Titolo di Riduzione di Spesa Pubblica. Le diversità si sostanziano nel fatto che l'investitore non rischia il capitale, il quale è garantito dalla banca; la remunerazione (in caso di successo del progetto) segue i rendimento dei titoli di stato; infine, l'emittente non è un soggetto pubblico, ma lo stesso Guppo Intesa Sanpaolo a cui Banca Prossima fa riferimento. L'impianto sarà pronto per il 2016 e solo in quel momento si potrà valutare l'effettivo risparmio e la riuscita del TRIS. Qualche dubbio sui tentativi di finanza in Italia sociale è già stato fatto notare (si veda questo articolo), tuttavia l'iniziativa è di sicuro interesse e utilità in una situazione di ristrettezza economiche come quella che viviamo oggi.

28 gennaio 2015

Essere Matteo Renzi - il Toto-Quirinale secondo Spike Jonze

matteo renziIn “Essere John Malkovich”, pellicola del 1999 diretta da quel gran genio visionario di nome Spike Jonze e sceneggiata da quell'altro gran genio visionario di nome Charlie Kaufman, un impiegato, con un passato da burattinaio, scopre casualmente un cunicolo segreto che, dal suo grigio posto di lavoro, lo catapulta direttamente nella mente del noto attore John Malkovich. Detto fra di noi: film da vedere assolutamente se non lo avete già fatto. Io però non mi occupo di cinema, per fortuna, ma di politica. 



Quindi invece che entrare nella testa di John Malkovich, cercherò di entrare, senza l'aiuto di tunnel fantascientifici, in quella del nostro premier Matteo Renzi, per carpire le sue strategie in vista dell'elezione del prossimo Presidente della Repubblica. Perciò l'articolo sarà interamente in prima persona. Quindi se ad un certo punto del discorso parte un goliardico “ora mi faccio un selfie e lo posto su Twitter” oppure una frase ad effetto tipo “il futuro è solo l'inizio” ne prendo le distanze. La testa non è la mia.

(Da leggere con accento toscano e simulando strane smorfie)

Per prima cosa voglio un Capo dello Stato che mi vada a genio. In fondo se non lo eleggo io secondo le mie preferenze, che sulla carta ho il controllo di quasi la metà dei Grandi Elettori, chi altro lo può fare? Quindi lo voglio: affine ideologicamente a me (che non significa per forza appartenente al mondo del centrosinistra); disponibile ad concedermi le elezioni quando lo riterrò opportuno; che se ne stia in disparte e mi lasci governare in pace; magari relativamente giovane, con esperienza a livello nazionale e internazionale e una faccia pulita per questioni di immagine; tecnico o politico non mi interessa. 

Secondo punto: deve andare bene a Berlusconi e ad Alfano. I voti di Forza Italia mi servono altrimenti si rischia la figuraccia come per il Napolitano bis. Perché di Grillo e dei suoi non mi fido. Loro tanto vogliono solamente sobillare la minoranza Dem ma, soprattutto, far vedere che io il nuovo capo dello stato lo scelgo insieme a Berlusconi. E beh che male c’è? Se loro se ne stanno fuori… Peraltro magari qualche parlamentare grillino decide di venire dalla mia parte dopo la terza votazione. Tornando a noi, Silvio lo sa già qual è il mio nome e se non lo sa glielo comunicherò presto. Lui in cambio vuole qualcuno che eventualmente gli possa dare la famosa “agibilità politica”. Che poi tanto è bollito e non lo vota più nessuno, chissà che gli serve? Non riesce più nemmeno a controllare il suo partito. Ecco e se Fitto si ribella e vota qualcun altro? Problemi di Berlusconi: ci fa lui la brutta figura. 

Inoltre questa sarà l’occasione giusta per mettere alle strette Civati e i suoi compagni di merende. È ora di finirla con i giochini: se sono contro di me e il mio governo che vengano allo scoperto. Quindi prime tre votazioni scheda bianca. Così se hanno in mente un nome, uno qualsiasi, uno “non Nazareno” come dicono loro, lo scrivano pure sulla scheda. Di sicuro non mostreranno grande attaccamento alla causa del PD e della coesione interna. Se sono abbastanza furbi da seguire la linea della segreteria tuttavia potrei andare in difficoltà. Quindi il mio candidato in fondo deve essere gradito pure a loro. Qualcuno che non possono non accettare (anche per non far venire il sospetto che i 101 di Prodi fossero proprio loro). Quindi ci vuole un nome targato PD. Oppure un ministro. Oppure ancora un “tecnico” ma di quelli di grido, non un pensionato d’oro che puzza di austerità. Intanto con la tattica della scheda bianca mi sono preso un po’ di tempo per pensarci su.

Infine appunto c’è la questione opinione pubblica. Ne devo uscire da trionfatore da questa vicenda, che sto già perdendo fin troppi consensi. L’M5S è in timida risalita, Alfano vuol tornare da Berlusconi, Salvini è diventato il fenomeno mediatico del momento. Innanzitutto la gente vuol vedere che non ci mettiamo troppo. Se tutto va bene dopo il quarto scrutinio la missione dovrebbe essere compiuta. Inoltre, gli elettori si aspettano un uomo senza alcuna macchia (mica facile) e, preferibilmente, non un ottuagenario (ancora più difficile). Però bisogna accontentarli. Altrimenti una elezione vera non la vincerò mai.

essere john malkovich
Sono di nuovo io, Valerio Vignoli, l’autore. Come avete visto non appare nessun nome dei presunti papabili per il colle in queste righe. Non è che voglio “bruciarlo”. Non ne ho le facoltà, purtroppo. Semplicemente trovo assurdo il toto-nomi che tiene banco in questi giorni sui principali mass media dato che, con tutta probabilità, nemmeno molti dei già citati protagonisti hanno una benché minima idea di chi sarà il successore di Giorgio Napolitano. Insomma a partire da giovedì, avrà probabilmente inizio la solita lotteria, messa in piedi dalla nostra solita classe politica. Affezionata ai giochi di palazzo, alle trattative sottobanco e ai colpi di teatro. Un mesto spettacolo che in quest’occasione, ancora più che in altre, risulta indecoroso e intollerabile. 


27 gennaio 2015

Calcio - Top & Flop della 20^ di Serie A

TOP


Paul Pogba (Juventus – Chievo 2-0)
Pogba juventus chievo

Mino Raiola, il suo agente, nonchè di altri “grandi” del calcio mondiale, (che nei giorni scorsi si è candidato come successore di Blatter alla Fifa), ha dichiarato che Paul vale più di 100 milioni, che vale più di Messi e di CR7, che per il momento non si muove da Torino, ma nel calcio non si sa mai.  E parliamoci chiaro: potrebbe aver ragione. Non discuto sul fatto che 100 milioni di euro per le prestazioni lavorative di un uomo siano una cifra, per così dire, importante. Ma il mercato calcistico, si sa, è questo, e Paul Pogba all’interno di questo mercato rappresenta uno dei picchi. Lui stesso però, dopo la partita contro l’Hellas, a specifica domanda ha risposto “Valgo zero euro, penso a lavorare ogni giorno e dare tutto sul campo.” Guardando la partita tra Juventus e Chievo, Pogba sembra effettivamente dare tutto sul campo e non essere un ragazzo di ventun anni. Il gol è una perla, che ricorda i movimenti da trequartista di un altro francese passato in bianconero qualche anno fa, e con una carriera stellare macchiata proprio all’ultima partita con una testata in una partitella, giusto la finale dei Mondiali. Ma il gesto atletico più impressionante secondo me arriva in occasione della seconda rete, quella di Lichtsteiner. Se avesse segnato in quel modo, anche lui avrebbe dovuto ammettere di valere qualcosa di più di zero. 

Alejandro Rodriguez (Parma – Cesena 1-2)
L'uomo decisivo del Cesena é partito dalla panchina. E difficilmente si può parlare di più decisivo di Rodriguez, che ha siglato la vittoria del Parma, avversario diretto per la salvezza, non una, ma due volte. Un gol lo ha segnato ieri, consegnando i tre punti al Cesena, che stava per fare la frittata con un assurdo autogol di Cascione. E l'altro Alejandro lo ha segnato esattamente un girone fa, alla prima giornata, contro il Parma, condannando così gli avversari emiliani ad un pesante bilancio per gli scontri diretti. Alejandro pare avere una speciale predilezione per la squadra di Donadoni, tanto da avere segnato in totale solo tre gol in questo campionato: oltre ai due al Parma, solo una rete al Palermo. Rodriguez non é nuovo a reti decisive, avendo contribuito alla promozione nella scorsa stagione con 8 reti. Se il Cesena si salverà, lo dovrà anche a Rodriguez.

Duje Cop (Cagliari – Sassuolo 2-1)
duje cop cagliari
Con una rete al Sassuolo si é presentato al calcio italiano un giovane giocatore su cui avevano messo gli occhi le grandi potenze del calcio italiano. Magari non lo osservavano con attenzione, perché il Cagliari se lo é aggiudicato senza particolari difficoltà: ha infatti approfittato del momentaccio economico della Dinamo Zagabria per aggiudicarsi il capocannoniere del campionato croato. Nella scorsa stagione Duje, figlio di Davor, attaccante nell'Empoli degli anni '80, ha segnato 22 reti, e in questa ne ha totalizzate 12 in 15 partite. Ok, é il campionato croato, ma Cop di classe ne ha, tanto da poter giocare indifferentemente in attacco o su entrambe le fasce. In più ha segnato anche in Champions e ha esordito in Nazionale maggiore. Il gol contro i neroverdi é molto bello, ma il grande pregio del croato é la grande mobilità che riesce a dare all'attacco, caratteristica che lo accomuna al suo allenatore, sir Gianfranco Zola.


FLOP


Philippe Mexes & Riccardo Montolivo (Lazio – Milan 3-1)
mexes milan rissa mauri

Non credo esistano esempi migliori dello stato psicofisico dei giocatori e di tutto l’ambiente Milan. Partiamo da Montolivo. La sua assenza ha messo in totale crisi Prandelli e la Nazionale ai Mondiali, mentre ora l’inflessione dei rossoneri è coincisa proprio con il suo rientro. E nella partita con la Lazio il cattivo stato di forma e le difficoltà psicologiche si sono viste tutte, con questo sciagurato retropassaggio che favorisce il gol di Klose. Tutta la partita è condita di errori e imprecisioni, ci sono vari momenti in cui Riccardo non riesce a trovare nessuno a cui passare la palla e vaga per il centrocampo. L’altro esempio è Philippe Mexes. E’ vero, non è nuovo a episodi del genere (qui il video integrale), ma il nervosismo è palese. La considerazione, che hanno fatto tutti nel post partita, è anche un’altra: Mexes è il giocatore più pagato del Milan, con quattro milioni a stagione. E la lettera scritta dalla Curva Sud alla società ricalca questo fatto, cioè un mercato che negli ultimi anni si è basato più sui nomi, strapagandoli, che sull’effettivo valore. Che Mexes, che per metà stagione non ha giocato e che ora non giocherà, un po’ per scelta societaria (escluso dalla Coppa Italia) e un po’ per l’ingente squalifica, sia il giocatore di punta per peso economico fa riflettere. 

La situazione drammatica del Parma (Parma – Cesena 1-2)
cassano tifoso parma
Vedere una squadra italiana come Parma in queste condizioni fa male a tutti gli amanti della Serie A. Prima una società a rischio fallimento, poi la cessione al misterioso pool russo-cipriota. Poi ancora i dubbi sulla presidenza, alla fine affidata nei giorni scorsi al 29enne albanese Ermir Kodra, che ricopre anche le cariche di amministratore delegato e direttore tecnico. A questo già intricato mix aggiungiamo Cassano, che prima mette in mora la società per i mancati pagamenti (notizia smentita dalla società stessa) e poi al termine della partita con il Cesena va a parlare con i tifosi, salvo rescindere il contratto il giorno successivo e lasciare la squadra. Pietro Leonardi, direttore sportivo, ha anche avuto un malore nella mattinata di lunedì., causato dallo stress. E sotto questa confusione, l’abisso nero della Serie B, sempre più vicino. Perché la sfida contro il Cesena suonava proprio come un dentro/fuori, e l’averla persa non aiuta certo il morale già provato. Nel primo tempo il Parma ha avuto anche il merito di provarci, ma nemmeno il momentaneo pareggio, ottenuto grazie ad una autorete grottesca di Cascione, sarebbe stato meritato. I tifosi, al termine della partita, hanno preteso spiegazioni, e dopo il confronto hanno detto alla squadra di non scendere in campo a meno che la società non versi le mensilità mancanti, esprimendo piena solidarietà ai giocatori. Ma in queste condizioni di caos generale la solidarietà dei tifosi potrà dare fiducia e speranza alla squadra? Mancano solo 18 partite, e al Parma mancano 31 punti alla salvezza matematica. Sarebbe una impresa difficile in ogni caso, ma in queste condizioni diventa realmente una impresa titanica. 

L’Empoli, ovvero giocare bene senza segnare (Empoli – Udinese 1-2)
E’ sinceramente un peccato mettere l’Empoli tra i flop. E non perché io tifi Empoli, ma perché è una delle squadre che gioca meglio a calcio in Italia. Eppure si trova nei flop. Perché? Per un motivo molto semplice. Non segna. Mai. Almeno su azione, perché il gol di oggi è arrivato su rigore e l’ultima rete, segnata contro la Fiorentina quattro giornate fa, è arrivata da calcio d’angolo. E il marcatore, Tonelli, difensore centrale, è anche il capocannoniere della squadra, con quattro reti. Tutte arrivate da palla inattiva. Come anche le reti di Rugani, altro difensore centrale, nel giro della Nazionale. L’Empoli, che in classifica è messo maluccio, ha totalizzato tre vittorie e dieci pareggi (di cui quattro a reti bianche) su venti partite. Totalizzare 19 punti segnando solamente 18 reti non è male, e quindi ci deve essere qualcosa oltre l’attacco che fa girare bene la squadra. Se Sarri riuscirà a fare solo qualche gol in più e a finalizzare tutte le belle azioni che la squadra crea, l’Empoli si salverà senza problemi. Altrimenti, vedremo una delle più belle realtà del calcio italiano scivolare in Serie B. 



"Bella Ciao" alla conquista del mondo


L’ anno da poco iniziato ha già visto alcuni eventi che avranno ripercussioni durante tutto il 2015 e che probabilmente ricorderemo per molto tempo. 
La strage di Parigi del 7 Gennaio ha inaugurato una nuova stagione all’insegna della ritrovata paura nei confronti del terrorismo di matrice islamica, un evento che ha una valenza ancor più ampia se lo si guarda dal punto di vista della libertà d’espressione, di stampa e di satira, di quei valori che caratterizzano la Francia laica della libertè, ègalitè, fraternitè e ancora di più dei valori fondanti dell’Europa Unita scritti nei suoi trattati istitutivi. 
Ricorderemo la risposta della rete che ha reagito con una forza inaspettatamente compatta agli avvenimenti di Charlie Hebdo con lo slogan “JesuisCharlie”, ricorderemo la manifestazione di Parigi che ha visto più di due milioni di manifestanti riaffermare il diritto di libertà e di pensiero insieme alla vicinanza al popolo musulmano che si è fortemente dissociato dalla pazzia di un gruppo di estremisti. 
Ricorderemo Place de la Republique e il discusso gruppo di leader mondiali confluiti a Parigi per esprimere vicinanza alla Francia; queste immagini però riportano in mente un altro elemento che vorrei far emergere, i manifestanti di Parigi di Place de la Republique cantavano “Bella Ciao”, il canto dei partigiani italiani che ritorna ad essere protagonista della resistenza dei francesi contro gli attentati di Parigi.

bella ciao muro
Bella Ciao è stata riaffermata come simbolo di resistenza e di lotta anche in Grecia nelle ultime settimane, trasmessa dagli altoparlanti durante i comizi di Tsipras e cantata dagli anziani e dai giovani greci che con il loro voto hanno dato un segnale di rottura verso anni di politiche di austerity. 
Bella Ciao era stata intonata anche in Turchia nel 2013 durante le manifestazioni di Gezi Park ad Istanbul che si sono trasformate in una lotta di “resistenza” contro le politiche conservatrici del partito AKP guidato da Erdogan.
La nuova primavera del canto partigiano, nato a Reggio Emilia nel 1940, è caratterizzata da un impressionante numero di traduzioni in diverse lingue, ha ritrovato nuova linfa nelle piazze di tutto il mondo che manifestano e resistono contro quell’ “Invasor” che ha assunto i tratti più disparati. 
Sembra proprio che Bella Ciao abbia finalmente perso quell’anatema che l’Italia repubblicana gli aveva impresso, ovvero quello di essere un canto politicizzato, anti fascista quindi comunista, anticlericale e in certi casi anche anti democratico. Negli ultimi vent’anni la sorte di Bella Ciao è stata non meno sfortunata, come ricorda Giovanna Marini su Repubblica, i leghisti al governo in alcune città del Nord Italia vietarono di suonarla il 25 Aprile nello stesso periodo storico nel quale Berlusconi proponeva di abolire la festa della liberazione dal nazifascismo sostituendola con la festa di liberazione da tutte le dittature. 
Sempre nello stesso periodo, per l’anniversario dei 150 anni dell’Unità d’Italia, a Sanremo venne suonata Bella Ciao ma per par condicio fu intonata anche Giovinezza, canzone che è stata inno fascista, a dimostrazione della valenza fortemente comunista che veniva ancora attribuita al canto. 

Bella Ciao è tornata ad essere canzone della resistenza, canzone di libertà che prescinde da un distinto colore politico, è tornata ad essere quell’inno che riuniva il fronte antifascita italiano che era fatto da cattolici, da comunisti, da liberali, da atei e anche da preti. Quella lotta contro l’invasore che unisce i popoli da migliaia di anni porta con sé parole italiane, parole simbolo del nostro paese come “Bella” e “Ciao”, ma in Italia sembra essere ancora difficile affidare a quelle strofe un significato super partes così come avviene in questi giorni nel resto d’Europa.



26 gennaio 2015

Alexis Tsipras: il comunista che si allea con la destra

I greci hanno mostrato la strada del cambiamento all’Europa. La Troika fa parte del passato, il voto contro l’austerità è stato forte e chiaro. Ci riprenderemo la speranza, il sorriso, la nostra dignità, vi voglio ringraziare di cuore a tutti voi che avete lottato con ottimismo, prendendo la speranza tra le mani. In questo momento storico in cui tutti ci guardano: vogliamo rassicurarvi sulla fatto che lotteremo tutti insieme per far restare il sole della democrazia e della dignità sopra la Grecia, insieme ce la faremo. Oggi festeggiamo, questo popolo ha bisogno di festeggiare. Forza e lottiamo insieme.”
È il discorso pronunciato da Alexis Tsipras leader di ΣΥΡΙΖΑ, il partito di sinistra greco a ispirazione socialista democratica, che ha vinto le elezioni parlamentari greche tenutesi ieri, domenica 25 gennaio. 

I dati parlano di una percentuale del 36.3% contro il 27.8 di Nuova Democrazia, il partito di centro-destra guidato dal premier uscente Samaras, e vedono Alexis Tsipras, leader della coalizione di centro sinistra, nuovo e più giovane Presidente greco della storia. 
A ΣΥΡΙΖΑ servivano 151 seggi sui 300 del Parlamento greco per avere la maggioranza assoluta, mentre i risultati lo fanno arrivare a 149, e quindi costretto a formare un governo di coalizione che, stando alle ultime indiscrezioni, sarebbe composto, oltre che da ΣΥΡΙΖΑ dai Greci Indipendenti, un partito di estrema destra anti-austerity guidato da Panos Kammenos.  

Facciamo un passo indietro: ma chi è davvero Alexis Tsipras? 
Sempre per The Bottom Up, Mattia Temporin ha illustrato nel modo migliore possibile l’importanza che avrebbero avuto le elezioni greche e il perché la cosiddetta Europa dei banchieri e delle lobby era preoccupata da una possibile vittoria del leader di sinistra. 
Alexis Tsipras, ingegnere ateniese classe 1974 è un fenomeno mediatico che è stato causa di un errore degli analisti in questi anni, da quando il giovane leader delle piazze cresceva esponenzialmente dal 5 al 30-35% nei consensi, e attribuendo a questa crescita il semplice fatto che in periodi di crisi, molto spesso, i partiti estremi sia di destra che di sinistra tendono a raccogliere voti da quella parte della popolazione più debole e vittima del momento, senza davvero mai offrire e proporre un vero e adeguato progetto politico ed economico. 
Il successo di Syriza, il partito che durante la crisi ha riunito la galassia dei movimenti di estrema sinistra e che l’ingegnere quarantenne ha trasformato in una formazione anti austerità e non concretamente anti-euro, è un fenomeno sociale e causa del più alto travaso di voti della storia europea recente da un partito ad un altro.   
Sul settimanale “L’Espresso”, ho letto recentemente un’intervista ad una famiglia greca, una famiglia della classe media da sempre simpatizzante della destra. Mi hanno sorpreso le parole del signor Dimou, il quale afferma: “Non so se Alexis sarà in grado di cambiare la situazione, non ci conto ma lo spero. Non ho cambiato ideologia politica, ma è il Paese che ha bisogno di un cambiamento radicale perché è al livello più basso di sempre.”

Secondo i dati greci, Syriza ha il 13% di voti dai tradizionali elettori della destra, e lo hanno fatto perché hanno visto e vedono in lui l’unico vero ostacolo al definitivo impoverimento della Grecia. 
Ne apprezzano l’ormai popolare politica anti-Merkel, approvano l’intenzione di tartassare le élites greche, le quali hanno invece continuato a preferire il partito di destra Nuova Democrazia, molto vicino ad ambienti neo-fascisti, e che vedono la vittoria di Tsipras come la fine di un’epoca di privilegi, troppi, e doveri, troppo pochi. 
Tsipras è diventato col tempo, visto che questa vittoria viene da lontano, il rappresentante delle critiche più severe alle politiche di austerità dell’Unione Europea, del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Centrale Europea, l’esponente di un’idea nuova di Europa, dove l’Euro sembrerebbe non essere in crisi. 
In tanti infatti si sono chiesti: cosa rischierebbe l’Europa in caso di vittoria di Tsipras? 
Dal mio punto di vista ci troviamo dinnanzi a due scenari possibili, uno razionale, frutto del buon senso, e uno irrazionale, causato dall’esaltazione momentanea della vittoria.
Lo scenario razionale è quello in cui il leader di Syriza e la cosiddetta Troika, l’organismo di controllo informale costituito da rappresentanti della Commissione Europea-Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale europea, raggiungono un compromesso molto al ribasso rispetto ai toni e alle promesse della campagna elettorale, nonostante che la natura delle promesse sia che queste rimangano tali nonostante i cambiamenti che avvengono. 
Non avendo ottenuto, ma solo sfiorato, la maggioranza assoluta in Parlamento, credo che Tsipras, dopo l’alleanza con l’estrema destra con i Greci Indipendenti, farebbe passare le modestissime concessioni di Bruxelles come grandi conquiste dovute alla sua intransigenza e al coraggio del popolo ellenico che ha deciso di scuotere il giogo delle politiche di austerità. 
Non è assolutamente una critica visto che non può davvero fare diversamente, perché le carte migliori sono tutte in mano alla Merkel, e la minaccia di cessare con il pagamento degli interessi sul debito greco dubito che possano bastare a impaurire la Cancelliera. La Grecia inoltre non può più minacciare Berlino dichiarando un default, come ad esempio si temeva nel 2012, perché nel frattempo il quadro dei creditori è cambiato insieme agli strumenti finanziari a disposizione dell’Eurozona, mentre è certo che i danni peggiori di una bancarotta li patirebbe Atene.
Lo scenario irrazionale invece  è quello in cui Tsipras si mostrasse davvero irremovibile rispetto ai contenuti del programma elettorale in base al quale hanno ottenuto i voti.  Annullamento e rinegoziazione degli accordi con la Troika, cancellazione del 50 per cento degli attuali 317 miliardi circa di euro di debito pubblico greco e soprattutto  fine delle politiche di austerità con un incremento di 10 miliardi di euro alla spesa pubblica per rialzare il salario minimo, l’assegno pensionistico e l’aumento di stipendio della funzione pubblica. 
L’alleanza, almeno formale, con i Greci Indipendenti di Kammenos, sembra portare ad uno scenario pressoché irrazionale, con la rinuncia e la condanna di tutti i diktat e le direttive europee. 

Tsipras si sta avviando per un cammino impervio, e anche lui lo sa, ma la cosa di cui è maggiormente consapevole è che non può e ovviamente non vuole deludere quegli elettori che hanno affidato a lui la loro vita, i loro risparmi e le loro speranze.  L’hanno votato proprio per il suo radicalismo, per la chiarezza di espressione, come ultima speranza di un mondo ormai malato e di un sistema corrotto. Nelle idee dell’ingegnere, la Bce cesserebbe di finanziare la liquidità delle banche greche e di funzionare da prestatore di ultima istanza, la Troika bloccherebbe la parte restante di aiuti ancora da erogare e i mercati boccerebbero inevitabilmente la rottura dell’accordo con tassi di interesse del debito greco proibitivi.Per evitare il conseguente default, il governo imporrebbe il controllo sui capitali e sarebbe costretto a reintrodurre la dracma. 
Si verificherebbe così, economicamente e conseguentemente parlando, la tanto temuta uscita dall’euro.
La prospettiva di un’uscita dall’Euro di Atene è temibile, poiché verrebbe infranto un vincolo ritenuto irrevocabile con conseguente minaccia di innescare un effetto domino su altri paesi in difficoltà. 
Questo fatto ha dato il via ad una serie di parole di sostegno al partito di Tsipras da parte di esponenti del mondo di estrema destra come Marine Le Pen e Giorgia Meloni, da sempre contrarie alla moneta unica, e anche a qualsiasi cosa che possa essere ragionevole. 
Il leader del Front National si è detta contraria su alcuni punti del programma di Syriza, come l’immigrazione, ma al tempo stesso contenta che un aggressività lucida come quella di Tsipras possa riportare il popolo a riprendersi il potere contro il mercato e la finanza. 
Ovviamente l’uscita dall’euro sarebbe la ciliegina sulla torta. 
In Italia, parole di sostegno sono arrivate dalla leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, la quale dice di condividere in qualche modo le critiche di Tsipras alle misure di austerità imposte dall’Unione Europea alla Grecia in cambio degli aiuti economici che hanno evitato la bancarotta.
L’uscita dall’Euro è però un’ipotesi del tutto remota, dato che i cittadini greci, per il 74%, vogliono rimanere dentro la moneta unica, e che il ritorno alla dracma produrrebbe solo inflazione e un riformarsi simultaneo del debito eliminato col default. Ciò sarebbe causato da un tipo di economia, quella greca, non orientata alle esportazioni, e quindi non competitiva con i mercati esteri. 
Lasciamo da parte, per ora, le riforme, i progetti, le idee, l’Europa.
Tsipras è venuto da lontano, ha lottato e ha creduto in quello che faceva. È un uomo che sta provando a dare una speranza ad un popolo che ormai non ne aveva più, un uomo che viene da una galassia fatta di irrealismo ed astrattezza e che ora si trova a dover essere concreto e diretto. 
Molte speranze sono riposte in lui, non solo dal popolo greco, ma dal popolo europeo che non riesce più ad uscire da una crisi che sembra senza fine. 
Non ha vinto solo Atene, ma ha vinto quella parte di popolo europeo che è convinto che esistano altre strade per poter ritrovare il benessere, la felicità e la voglia del passato, un cammino che non ci racconti, ancora una volta, le stesse cose ma con parole diverse. 
Ma Tsipras dovrà stare molto attento, anche perché ci sono vittore che rischiano di far più male ai vincitori che ai vinti. 



25 gennaio 2015

SundayUp - Simpson, Amleto e il gatto: la fisica per tutti

Si fa presto a dire “divulgazione”. Il termine al giorno d’oggi va per la maggiore, specialmente come provvidenziale slogan da stampare sulle fascette che, nelle vetrine delle librerie, urlano ai potenziali clienti il motivo perché non possono assolutamente perdersi l’ultima novità editoriale. Di libri “divulgativi” sono pieni gli scaffali, ma quanti di essi hanno una reale validità? Mi piace qui ricordare un pensiero del matematico Jean-Pierre Serre: “Non ho mai scritto un libro di vera divulgazione: è troppo difficile!”. Da modesto curioso quale sono, ho il singolare (e discutibile) pallino della fisica, senza naturalmente capirci granché, ma beandomi di quella diluita sensazione di comprendere che alcuni autori sono in grado di trasmettere con la loro prosa (naturalmente si tratta di “prosa”: non sono in grado di comprendere un testo troppo tecnico). Ne presento qui quattro, in rapida successione, evidenziandone pregi, difetti e curiosità.
Un necessario preambolo-il-meno-tecnico-possibile: comune a tutti i testi è un excursus sulla storia della fisica del ‘900, che comincia, a grandi linee, dalla teoria della relatività di Albert Einstein, che descrive, tra le tante cose, il mondo della forza di gravità. Si prosegue poi descrivendo l’altra grande conquista scientifica del secolo, la meccanica quantistica, che regola il mondo subatomico. A questo punto, in tutti i testi, viene introdotto uno spinoso problema: per motivi troppo complessi perché io possa riportarli senza sbagliare, le due teorie, entrambe separatamente esatte e confermate da innumerevoli risultati sperimentali, non possono essere contemporaneamente corrette, almeno non nella forma in cui oggi le conosciamo. Anche la meccanica quantistica in sé comporta una serie di conseguenze non proprio facili da accettare, per esempio il noto “paradosso del gatto di Schrödinger”: a rigore, in un particolare tipo di esperimento (solo mentale, non si indignino gli animalisti!), le regole quantistiche ci impongono di ritenere un gatto morto e vivo contemporaneamente, il che va naturalmente contro qualsiasi senso comune (per saperne di più).
I tentativi di comporre questo apparentemente insanabile conflitto sono molti, e ciascuno di questi libri esplora un lato della questione.

xkcd.com
Il primo è L’universo in un guscio di noce di Stephen Hawking, fisico teorico balzato ora agli onori della cronaca per un film che ne narra lavita, ma che ancora prima era famoso per essere entrato tra i personaggi dei Simpson, nonché per essere una delle menti più brillanti del pianeta, nonostante una malattia terribilmente invalidante che lo obbliga da decenni a spostarsi su una sedia a rotelle e da svariati anni a servirsi di un monitor per poter comunicare con il mondo attraverso il movimento degli occhi. Oltre ad aver occupato per trent’anni la cattedra universitaria che fu di Isaac Newton, si diletta di scrittura, con brillanti saggi divulgativi. Si tratta indubbiamente di una divulgazione di altissimo livello, condita con una massiccia dose di autoironia che, se non fosse per l’appunto auto-, definirei quantomeno indelicata. Dopo la solita introduzione alla relatività e alla meccanica quantistica, Hawking si addentra nella spiegazione di una delle tante teorie tentate per cercare di “armonizzare” le due facce della medaglia fisica: si tratta, in questo caso, della nota “teoria delle stringhe”, che diventa in realtà solo una delle numerose sfaccettature della ponderosa (e un po’ mostruosa) “M-Teoria”, o “teoria del tutto”. Per farla breve, la realtà sarebbe formata da “stringhe” infinitamente piccole, che vibrando in modo diverso darebbero vita a diverse “note”, che noi interpretiamo come le diverse particelle del mondo subatomico. Il tutto è spiegato, naturalmente, con più particolari e in modo snello e tutto sommato comprensibile, anche grazie ai moltissimi disegni esplicativi che agevolano non poco la lettura e il ricorso a citazioni letterarie gustosissime, sempre pertinenti e mai scontate (il titolo stesso è la rivisitazione di un passo dell’Amleto). È quasi inevitabile, a un certo punto della narrazione, un salto verso tematiche forse più filosofiche che strettamente fisiche, a dimostrazione di come le due discipline si intersechino spesso fin dai tempi dell’antica Grecia.

Brian Greene
L’universo elegante di Brian Greene è uno splendido saggio decisamente più corposo rispetto al libro di Hawking, sia nel numero di pagine sia nella forma. Greene predilige un approccio più tecnico e in un certo senso “distaccato” alle tematiche, non risparmiando comunque esempi e schemi. Il testo va più in profondità rispetto a quello di Hawking, ma proprio per questo alcuni capitoli diventano davvero complessi da seguire: in particolare, almeno per me, quello relativo agli spazi a 11 dimensioni. A quanto pare, le misere tre dimensioni spaziali che riusciamo a vedere con i nostri miserrimi occhi non sono che una parte delle dieci dimensioni che compongono in realtà lo spazio (l’undicesima è il tempo), ma riusciamo a vederne soltanto tre perché le altre sarebbero sostanzialmente ininfluenti per la nostra vita. Bello. È anche divertente l’annotazione secondo cui un bel giorno potrebbe capitarvi di sedervi su una sedia e di ritrovarvi per terra (o peggio, mortalmente “incastrati” dentro la sedia), perché è possibile (seppur incredibilmente improbabile) che tutti gli atomi del vostro corpo possano contemporaneamente decidere di non rispettare le leggi della fisica classica e passare anarchicamente attraverso la sedia. Prodigi della meccanica quantistica (e comincio a capire Einstein, quando a proposito di queste stranezze apparentemente casuali disse “Dio non gioca a dadi con l’universo”). Il testo di Greene è decisamente denso, ma senza paura e con una buona dose di apertura mentale (anche a concetti che possono inizialmente sembrare assurdi) può diventare appassionante, e a momenti obiettivamente divertente.

Decisamente diverso è La particella di Dio di Leon Lederman, che pare non sia più pubblicato nella sua forma originale. Il titolo originale sarebbe “The God Particle – If the Universe Is the Answer, What Is the Question?”, ma non chiedetemi per quale motivo, Mondadori lo ha tradotto con “La particella di Dio” – e fin qui tutto bene – “Se l’universo è la domanda, qual è la risposta?”, che cambia completamente il senso dell’originale inglese. Non credo però che qui sia colpa della meccanica quantistica. Il celeberrimo nomignolo si riferisce allo sfuggente “bosone di Higgs”, particella osservata per la prima volta nel 2012 e che, in breve, conferisce massa alla materia. In un certo senso (ma prendetemi con le pinze) è quello che ci permette di stare comodamente seduti o sdraiati senza sprofondare nei nostri appoggi fondendoci con essi, e dovremmo quindi tutti ringraziarlo per questo. Lederman ha un linguaggio decisamente meno tecnico rispetto ai suoi colleghi fin qui esaminati: non risparmia analogie calcistiche, metafore televisive e spiegazioni che si sforzano di essere buffe e simpatiche (a volte riuscendoci, a volte no, ma si sa che l’umorismo dei fisici è tutto particolare). A differenza degli altri, non parte da Einstein bensì dal buon Democrito, tracciando poi una storia della fisica che passa attraverso Aristotele, Galileo, Newton e compagnia. Ma cos’ha di speciale il bosone di Higgs, oltre a permetterci di stare seduti? Il bosone conferma una delle teorie fisiche che gli ultimi sviluppi davano per defunta: il cosiddetto modello standard”. Prima dell’avvistamento del bosone di Higgs il modello standard stava lentamente morendo: descrive bene tre delle quattro forze fondamentali della natura, ma non dice drammaticamente nulla sulla gravità, che non è proprio un buon argomento da tralasciare. Questa pecca piuttosto grossa stava facendo sprofondare la teoria nell’oblio, quand’ecco che al Cern di Ginevra è comparso improvvisamente il bosone di Higgs, riportando in auge il modello standard e rimescolando ancora le carte di questi enigmi.

L’ultimo dei testi che voglio presentare è Sette brevi lezioni di fisica dell’italiano Carlo Rovelli, appena uscito per i tipi dell’Adelphi. È un libercolo molto stringato (ha-ha. Un fisico avrebbe riso a questa specie di battuta), si legge in un modesto viaggio in treno, o in un pomeriggio con la mente particolarmente propensa ai massimi sistemi. La sua prosa è meravigliosa, leggera, fluida ma allo stesso tempo non vuota. Anche lui analizza relatività e meccanica quantistica, per passare poi a un capitoletto sull’evoluzione della cosmologia, dalla preistoria ai giorni nostri. Segue una lezione sulle particelle elementari, e poi una sui buchi neri e sul concetto di “tempo”, che arriva alla sorprendente conclusione che in realtà… il tempo non esiste. Leggere per credere. Si parla anche di Hawking, del suo lavoro che dimostra che un buco nero in realtà emette un debolissimo calore (qualche frazione di grado sopra i -273°C, decisamente poco anche per lavare i delicati). Ora, il calore è un fenomeno quantistico che qui viene legato a un altro fenomeno di natura strettamente gravitazionale (il buco nero): siamo di fronte a un indizio di una possibile unificazione delle due facce della medaglia? La strada, suggerisce Rovelli, è ancora molto lunga. Nell’ultimo capitolo avviene l’ormai assodato salto dalla fisica alla filosofia, riguardo allo spinosissimo tema della coscienza. Come è possibile che un agglomerato di cellule, per quanto organizzato, si percepisca come un’unità e possa dire “io”? Si tratta, forse, di una delle domande più importanti di tutti i tempi, e pare situarsi all’incrocio delle traiettorie di discipline estremamente diverse tra loro, come appunto la fisica e la filosofia, la neurologia, la psicologia, la matematica.
Carlo Rovelli
Quattro libri, quattro diversi approcci allo stesso problema, con l’unico, vitale obiettivo di non smettere di porsi domande, dall’abusato “chi siamo? Dove andiamo?” fino a “perché mai e in che modo la riduzione di simmetria seleziona per l’espansione precisamente tre dimensioni spaziali?” (Greene, p. 337), e per scoprire che, forse, la scienza a certi livelli non è quel mostro divoratore di ore spensierate che ci avevano fatto credere al liceo, ma anche qualcosa di vitale, appassionante e – perché no? – insospettabilmente divertente. 





24 gennaio 2015

Alexis Tsipras: il comunista che piace anche a destra

Nel 2010 la Grecia fu la miccia che accese la devastante crisi economica che colpì il continente europeo, divenendo anche la prima cavia a sperimentare le dolorose politiche di austerità imposte dalla Troika con l’appoggio della Germania merkeliana. Ora, a distanza di 5 anni, sempre il paese ellenico potrebbe giocare un ruolo fondamentale nel cambiamento radicale che moltissimi cittadini greci ed europei si attendono, una sfida reale lanciata all’Europa della tecnocrazia e del risanamento dei conti.

alexis tsipras grecia syriza

Domenica i greci saranno chiamato a scegliere alle urne chi guiderà il governo della nazione, e lo spauracchio che agita i sogni di molti greci, ma soprattutto dell’Unione Europea si chiama Alexis Tsipras. Lui e Syriza sono considerati i favoriti per la vittoria finale, secondo gli ultimi sondaggi che li posizionano al primo posto con il 37% delle preferenze, quasi 5 punti di vantaggio rispetto al partito di centro-destra Nea Demokratia. Tsipras, in caso di vittoria, potrebbe anche ottenere la maggioranza assoluta dei seggi al parlamento greco, cosa che gli spianerebbe la strada per attuare in assoluta libertà e senza vincoli con altre formazioni politiche, di attuare le riforme radicali che lui ha in mente.
Prima fra tutte, la rinegoziazione del debito pubblico greco, aprendo un braccio di ferro con Commissione Europea, Fondo Monetario Internazionale e BCE. Porre fine al commissariamento che la Grecia ha dovuto subire in questi anni, pagando costi esorbitanti, smantellando il tessuto economico e industriale, e gettando migliaia di persone in terribili condizioni di indigenza, è l’obbiettivo massimo del leader politico del momento. Si tratterebbe di un cambiamento radicale che metterebbe in discussione le gerarchie del potere in Europa, e potrebbe creare una sorta di effetto domino anche negli altri paesi del sud Europa scossi dalla recessione, e nelle nazioni dove soffia forte il vento della protesta contro Bruxelles.
Sono già partiti cori di allarmismo contro un’eventuale vittoria di Tsipras, a cominciare dal premier uscente Samaras, il quale ha evocato lo spettro di una trasformazione della Grecia in una nuova Corea del Nord, con tanto di culto della personalità dei riguardi di questa nuova “divinità comunista”. Il presidente della Commissione Europea Juncker poi ha subito esclamato che, chiunque sarà al governo lunedì prossimo, dovrà rispettare gli impegni assunti. Quasi che con Tsipras si prospetti automaticamente il crollo dell’Eurozona. In realtà Syriza non sembra avere come obbiettivo l’uscita dall’Euro, anzi, la moneta unica non sembra vista all’origine di tutti i mali, e il partito ha improntato una linea di difesa dell’Unione Europea come istituzione capace di garantire i valori della democrazia in Europa. Piuttosto, quelle che dovrebbero essere cambiate sono le politiche scellerate di rigidità economica che in questo momento stanno dominando sul continente, dove sull’altare del risanamento dei conti pubblici sono stati sacrificati concetti come uguaglianza e la protezione del Welfare State. Tsipras sembra essere un europeista convinto, ma vorrebbe trasformare l’Europa in un posto dove uguaglianza e dignità delle persone siano messe al primo posto.
manifesto tsipras atene
In questi tempi poi di euroscetticismo diffuso, la Grecia, insieme alla Spagna del fenomeno “Podemos”, rappresenta un eccezione: mentre in molti stati l’onda della protesta viene cavalcata da movimenti di destra nazionalisti e xenofobi, nel paese ellenico invece la sfiducia nelle istituzioni e nella classe dirigente viene incanalata nel voto ad un partito di sinistra. E proprio qua si crea un’altra sorprendente particolarità: molte persone del tradizionale bacino elettorale della destra sono intenzionate a votare Syriza domenica. Una scelta non dovuta solamente al fatto che Alba Dorata, il partito di estrema destra, sia stato falcidiato da inchieste giudiziarie che hanno portato all’incarcerazione di molti dei suoi dirigenti per associazione a delinquere, ma anche alla motivazione che molti elettori conservatori non hanno fiducia in Nea Demokratia, accusato di proteggere una classe dirigente e pochi oligarchi responsabili di aver condotto il paese nel baratro. Per loro votare a sinistra è diventato un "obbligo morale", la sola speranza di effettuare cambiamenti reali in Grecia. Una classe media ridotta in povertà che si ritrova a votare chi un tempo era considerato un avversario politico.
Sono gli stessi dirigenti di Syriza ad ammettere anche questo cambiamento nella geografia elettorale, e a dover prendere anche le distanze da clamorosi endorsement, come quello lanciato dalla leader del Fronte National Marine Le Pen, la quale si augura per il bene dell’Europa che arrivi una vittoria di Tsipras. Smarcamento dovuto al fatto che l’appoggio della Le Pen potrebbe dare nuova linfa ai detrattori che agitano lo spettro della catastrofe in caso di un governo di sinistra. La Grecia, da paese marginale nello scacchiere europeo, ormai è diventata l’ago della bilancia di cosa sarà o non sarà il futuro dell’UE. Il programma che propone Tsipras è notevolmente ambizioso e anche difficile in una sua ipotetica realizzazione, ma una sua vittoria potrebbe realmente cambiare gli scenari europei, con conseguenze difficili da prevedere. Molti ricordano anche come l’Europa permise la cancellazione di buona parte del debito pubblico alla Germania nel secondo dopoguerra, quindi si chiedono perché la stessa cosa non possa essere attuata con la Grecia. Se Tsipras vincerà, ci sono buone probabilità che una nuova partita prenderà avvio. Lui stesso giovedì, durante la chiusura della campagna elettorale, ha dichiarato: “ Oggi questi sono slogan, da lunedì saranno leggi dello Stato”. Anche gli elettori lo penseranno davvero?

22 gennaio 2015

Tubenomics - 60 miliardi

oioioi oioioi Mario Draghi stampa per noi!

Il “Big Thursday” è arrivato. Con qualche minuto di ritardo (apparentemente dovuto ad un ascensore non funzionante) Mario Draghi ha presentato alla stampa un bazooka da 60 miliardi al mese almeno fino al settembre 2016. Si tratta del tanto discusso quantitative easing (QE), misura non convenzionale di politica monetaria, attuata con l’obiettivo di far uscire la zona euro dall’attuale situazione di deflazione. Semplificando al massimo, in momenti di crisi può tornare utile creare moneta tramite l’acquisto di titoli di stato e non, da parte della banca centrale. 
Il primo effetto positivo, per altro già anticipato dai mercati, è il deprezzamento della valuta (che rende l’export più favorevole), legato al fatto che viene stampata più moneta. In secondo luogo, l’acquisto massiccio di titoli di stato fa scendere non solo i rendimenti di questi ultimi, ma anche quelli di tutti gli altri titoli obbligazionari (compreso, ad esempio, l’Euribor) con effetti positivi sull’economia reale. Infine, avendo maggior liquidità, gli istituti bancari dovrebbero concedere più credito a imprese e famiglie. Inoltre, la teoria monetarista di Friedman sostiene che l’aumento della base monetaria faccia crescere l’inflazione; ergo nei piani della BCE, il QE si trasforma in arma contro la deflazione. 
Tutto molto bello. In realtà, di rischi, come già accennavo settimana scorsa, ce ne sono eccome. Uno su tutti, la possibilità che si ingrassino solo i mercati senza effetti sull’economia reale. Di ciò anche Draghi ne è consapevole e nella conferenza stampa ha sottolineato come la politica monetaria sia solo un punto di partenza per la crescita, mentre per la piena ripresa occorre quella fiducia che può essere generata solo da riforme strutturali. E qui emergono tutti i limiti dell’attuale impianto comunitario stretto nella morsa del Patto di Stabilità e dei diktat tedeschi. A proposito, oggi i falchi teutonici, come sempre timorosi dei loro vicini meridionali, portano a casa una vittoria non di secondo piano: solo il 20% degli acquisti di titoli sarà a carico della BCE, mentre l’80% del rischio sarà condiviso con le banche centrali. Il rischio di cui si discute è quello che gli Stati in futuro vogliano contrattare la ristrutturazione del debito (ah, tra tre giorni si vota in Grecia e a Berlino sono terrorizzati da Tsipras). Certo, Draghi ha sottolineato come ci sia la volontà di lasciare il coordinamento dell’allentamento quantitativo alla BCE, ma ancora una volta il problema pare più politico che tecnico.

Roberto Tubaldi - @RobertoTubaldi

21 gennaio 2015

Marine Le Pen presidente: c'est possible?

Fare previsioni sui futuri scenari politici mi intriga particolarmente. Su “The Bottom Up” ho già praticato questo esercizio con alterne fortune. Maluccio sul destino della destra italiana (e chi se l'aspettava se l' attuale exploit di Matteo Salvini?); benino sulla comprensione del renzismo nelle sue articolazioni; profetico (ma ci voleva poco) sull'ascesa dell'euroscettico inglese Nigel Farage e del suo UKIP e, ormai si può affermare con discreta certezza, sulla candidatura di Jeb Bush alle primarie Repubblicane di quest'anno. 
Nel seguente articolo l’ oggetto delle mie speculazioni sarà costituito  dalle chances di Marine Le Pen di vincere le (non troppo) prossime elezioni presidenziali in Francia nel 2017. 
Nonostante l'attentato jihadista alla redazione della rivista satirica “Charlie Hebdo” e i successivi tumulti parigini abbiano indubbiamente portato acqua nel mulino islamofobo del Front National, tanti opinionisti ed esperti continuano a pensare che le possibilità di questa novella Giovanna d'Arco di occupare la carica più importante della V Repubblica francese rasentino lo zero. Come argomenterò più tardi, tale supposizione, benché solidamente motivata, mi sembra il Wishful Thinking di un establishment politico e mediatico europeo (ed europeista), intimorito dall’estremismo della Le Pen. Tuttavia vanno sottolineati anche alcuni fattori che giocano a sfavore della figlia prediletta di Jean Marie, il fondatore del partito, noto anche per aver definito l’olocausto nazista “un evento minore nella seconda guerra mondiale”.
Esaminiamo dunque attentamente la questione.


Perché sì.


L’effetto “Charlie Hebdo”

Come già suggerito in precedenza, le atrocità occorse in quel di Parigi hanno reificato nella maniera più tremenda e macroscopica gli spauracchi sventolati dal Front National in questi anni. Insomma, di primo acchito, penso che a tanti elettori francesi non musulmani sia probabilmente scappato detto “ha ragione Marine: rispediamoli tutti a casa loro questi fanatici!”. Dunque non dubito che se le elezioni presidenziali si svolgessero domani un effetto “Charlie Hebdo” potrebbe pesare oltremodo sul risultato delle urne. Tuttavia la partita per l’Eliseo si gioca tra più di due anni (a meno di clamorose e senza precedenti dimissioni di Hollande). Nel frattempo, il ricordo dei due giorni in cui la capitale transalpina è stata messa a ferro e fuoco da un manipolo di fondamentalisti islamici - con la fedina penale non proprio immacolata e alle spalle stage presso le peggiori associazioni terroristiche in Yemen - potrebbe affievolire. Non stento a credere però che Marine cercherà di tenerlo vivo in tutte le maniere possibili nel frattempo.

Marine “la statista”, Marine “la stratega”

Ascoltate ma, soprattutto, guardate il breve discorso pronunciato dalla leader del Front National la sera del 7 gennaio. In tanti l’hanno accolta come una dichiarazione dai toni per nulla incendiari. A me non pare proprio: nessun tentativo di distinguere i terroristi dai pacifici cittadini che credono nel profeta Maometto, richiami nazionalisti e patriottici, una sfida all’ipocrisia benpensante. Ciò che sconcerta della Le Pen è la compostezza “da statista” con cui formula le sue affermazioni che, di conseguenza, tendono ad apparire più morbide di quello che in realtà sono. Una compostezza che non ha nulla a che fare con il “vaffanculismo” grillino o il qualunquismo da bracciante della bassa padana salviniano. A questa sua immagine istituzionale, Marine, abbina un acume tattico macchiavelliano, esibito anch’esso nei giorni successivi all’attentato. In sequenza: a caldo pronuncia il suddetto discorso pseudo-moderato; successivamente sfrutta l’assist del mancato invito alla marcia di Parigi (che l’avrebbe vista fianco a fianco dei partiti della politique politcienne)  per farsi una sua manifestazione  vicino a Montpellier, in territorio amico e con pochi rischi di essere contestata; infine va in goal con l’annuncio di un referendum sulla reintroduzione della pena di morte, suggerendo la sua personale opinione favorevole. Insomma la ragazza ci sa decisamente fare.

Perché no.


La  riscossa di Hollande (?)

Troppo comodo per un capo di stato risollevare i propri indici di popolarità nei momenti più bui del proprio paese. Ci era riuscito persino George W. Bush, spiccando tra le macerie di Ground Zero. Comunque questo evento potrebbe rappresentare uno spartiacque per l’esperienza presidenziale di Francois Hollande. D’altronde peggio di prima non poteva andare. Mi sono già soffermato un paio di volte sul percorso accidentato di questi due anni del leader socialista all’Eliseo (qui e qui). Riassumendo potrei dire che fino a quindici giorni fa le azioni di Hollande erano al minimo storico e che molti francesi si sentivano esattamente come la sua ex compagna Valerie Treiweiler: traditi. Ora però può arrivare la quiete dopo la tempesta. Nel breve termine grazie appunto ad una sorprendentemente autorevole gestione delle recenti vicende (+21% registrano i sondaggi). Nel lungo termine per merito di una abbastanza probabile  ripresa economica, favorita da un certo favoritismo da parte della Commissione Europea sul rapporto deficit/PIL rispetto all’Italia. L’eventuale rinnovata popolarità di Hollande potrebbe chiudere spazi alla Le Pen per intercettare il “voto di rabbia” che tante soddisfazioni le ha sempre dato.

La storia: tutti contro il Front National

Veniamo al vero motivo per cui si dovrebbe ritenere quasi impossibile un successo di Marine Le Pen nel 2017: la storia. Tutti i presidenti della V Repubblica sono appartenuti o alla destra gollista (De Gaulle, D’Estaing, Chirac, Sarkozy) oppure alla sinistra socialdemocratica (Mitterrand e Hollande). Non si scappa. Papà Jean-Marie ci ha provato tante volte a partire dalla fondazione del Front National nel 1972. Ci andò vicino nel 2002, quando al primo turno superò a sorpresa il candidato del Partito Socialista ed ex primo ministro Lionel Jospin. Al secondo turno però non raccolse un singolo voto in più del primo. L’elettorato di sinistra, infatti, si mobilitò per prevenire il successo di una formazione percepita come antisistemica e antirepubblicana, appoggiando Jacques Chirac. Molti commentatori politici (o almeno quelli con buona memoria storica)  suppongono, in maniera ovviamente fondata, che qualora Marine passasse il primo turno, la storia si ripeterà e, inevitabilmente, saranno ancora una volta tutti contro il FN.

Due argomenti a favore e due contro. La mia sfera di cristallo appare abbastanza scettica sulle probabilità di vedere l’estrema destra, xenofoba ed euroscettica, al potere in Francia nel 2017. Ma il mio sesto senso mi dice di non sottovalutare le capacità di Marine Le Pen. Una donna dai toni pacati ma decisi, terra terra ma con credibilità da leader di una delle più grandi democrazie del mondo. Ma, soprattutto, allo stato delle cose, il politico che riscuote più consensi all’interno del cosiddetto hexagone.

20 gennaio 2015

Matteo Renzi che fa cose di destra. Parte I - 06/2014 – 11/2014


 Il più post-ideologico di tutti stravince e si divora il centro grazie anche ad un insospettabile aiuto.

matteo renzi che fa cose

(Questo articolo non vuole essere né la cronostoria né il bilancio dei primi mesi di governo Renzi, ma un'analisi della strategia politica seguita dal premier.)


Le elezioni europee dello scorso maggio in Italia andavano oltre il loro significato più stretto, erano una sorta di plebiscito sul governo Renzi, che come ben si sa non era quello emerso dalle urne. La risposta degli italiani è stata più che affermativa, il neopremier ha stravinto con il noto 40,8% e la fiducia nei suoi confronti è schizzata alle stelle.
Dopo un'estate abbastanza tranquilla, l'autunno è stato caratterizzato da una serie di mosse teoricamente inusuali per un leader di sinistra, tanto che verrebbe da riprendere la famosa pagina satirica “Matteo Renzi che fa cose” e aggiungere un desolante “di destra”. In ordine sparso, le più rilevanti:

  • Matteo Renzi che fa le principali riforme istituzionali insieme a Silvio Berlusconi.
  • Matteo Renzi che abolisce l'Art. 18.
  • Matteo Renzi che dichiara guerra ai sindacati.
  • Dopo che la polizia ha manganellato operai delle acciaierie di Terni che manifestavano pacificamente, Matteo Renzi che non esprime solidarietà alle vittime e non prende provvedimenti contro il Ministro dell'Interno Alfano.
  • Matteo Renzi che si fa i selfie (i quali, è risaputo, son di destra).
  • Matteo Renzi che attacca in maniera confusa l'eurocrazia pur facendone di fatto parte.
  • Matteo Renzi che alla Leopolda non fa neanche un accenno al PD, il suo partito.
  • Matteo Renzi che vanta tra i suoi sostenitori persone con un'identità politica abbastanza confusa come Andrea Serra.
  • Matteo Renzi che provoca la minoranza del suo partito affinché formi un nuovo soggetto politico a sinistra del PD.
  • Matteo Renzi che riesce ad irritare Schultz più di quanto non sia riuscito a fare Berlusconi.

Non entrerò nel merito di queste iniziative, non tutte necessariamente negative, è però evidente uno slittamento verso destra nello scacchiere politico. Aldilà del progressismo e delle aspirazioni da “third way” blariana che sono sempre stati un punto fermo della visione politica renziana, credo che ci sia una strategia precisa: divorarsi tutto l'elettorato moderato. 
Renzi ha tassi di fiducia personale altissimi e i sondaggi elettorali lo danno attorno al 40%, una cifra mostruosa nella storia della nostra frammentata Repubblica, ma continua a governare con la maggioranza risicata ereditata (o presa di forza, se preferite) dalla gestione Bersani e dalle elezioni del 2013. L'intenzione, nemmeno troppo velata, è quella di capitalizzare l'enorme consenso personale per governare con un'ampia maggioranza e senza larghe intese. Affinché questo avvenga bisogna prima eleggere un nuovo Presidente della Repubblica (magari una figura non troppo ingombrante) e soprattutto fare una legge elettorale che permetta di andare alle urne la prossima primavera. Fino a qualche settimana fa il progetto procedeva alla grande, poi sono arrivati alcuni, cruciali, rallentamenti, ma questo sarà l'argomento della seconda parte di questo articolo.
Quello che voglio analizzare qui è come un leader del partito di sinistra sia riuscito a “sfondare” così facilmente a destra. Non si tratta solo della vocazione centrista e cattolica del premier o della condanna a Berlusconi che ha lasciato un grossissimo vuoto nel centro-destra. Renzi ha goduto del più insospettabile degli alleati: il M5S di Beppe Grillo.

matteo renzi destra
Il premier più post-ideologico di tutti aveva bisogno di qualcuno che gli spianasse la strada in un contesto politico come quello italiano che storicamente è molto ideologico e ben radicato alle proprie appartenenze. La cosa che è riuscita meglio al M5S in questi ultimi due anni è stata cambiare la percezione della politica, non solo ai suoi simpatizzanti ed elettori, ma a tutti gli italiani. Ha modificato il terreno di competizione portando alla ribalta tematiche prima marginali. Oggi, ad un politico si chiede fondamentalmente di essere il meno politico possibile. Si chiede gioventù, freschezza, informalità e (sembra paradossale) inesperienza. Un politico anziano, con una lunga militanza di partito e diverse esperienze istituzionali è malvisto, siccome si parte dal presupposto, semplicistico, che se l'Italia si trova in questa situazione al limite del tragico la colpa è di chi ci ha governato negli  anni passati, quindi basterebbe semplicemente rimuovere in blocco la classe politica e i problemi sarebbero risolti.
Già questo sarebbe stato un grosso aiuto, ma il M5S ha voluto fare di più. Il favore più grande sta nell'avere si convinto l'elettorato dell'imprescindibile necessità di rottura col passato, senza però abbandonare la connotazione antipolitica. Il partito di Grillo ha avuto ed ha tutt'ora un grandissimo impatto, ma lo usa solo in maniera distruttiva, negativa. È arrivato al 25%, poi si è accorto di non avere la minima idea di cosa fare col consenso che era riuscito convogliare verso di se, quindi si è autoesiliato in una opposizione perenne e aprioristica che alla lunga ha stancato chi aveva creduto che potesse essere non solo un movimento di protesta, ma anche un protagonista attivo di un cambiamento radicale. In questo vuoto si è inserito Matteo Renzi, per il quale è stato quasi troppo facile non solo completare la sua personale scalata, ma di fatto egemonizzare con la sua figura la politica italiana per molti altri anni a venire. 

La linea di frattura destra/sinistra è quasi passata in secondo piano. Giovane-nuovo che avanza / vecchio-mai rinnovato è la frattura che ha permesso di imporsi all'ex sindaco di Firenze e ai pentastellati su tutta la classe dirigente, mentre giocando sulla frattura ottimismo-propositività / pessimismo-protesta, Renzi ha sconfitto i grillini. Si è imposto grazie ad una strategia comunicativa ed una gestione dell'immagine moderna e impeccabile, ed in una politica sempre più social questo vale almeno quanto le conoscenze e la capacità di governare realmente un paese. Che piaccia o no, la confezione vale almeno quanto il contenuto.
Con queste premesse, è stata quasi una formalità per l'ex sindaco di Firenze passare l'autunno a divorarsi grosse fette di elettorato moderato. Già i flussi elettorali dopo le europee mostravano che il PD aveva inglobato totalmente il quasi 10% che Mario Monti era riuscito ad ottenere nel 2013 con Scelta Civica. Ma non si tratta solo di quello che resta della vecchia UDC. Berlusconi è in discesa libera e diverse volte Renzi ha strizzato l'occhio al suo elettorato, attingendo un po' alla retorica populista e antitasse cara all'ex premier. Il terreno è stato spianato e sono stati spazzati via molti residui ideologici, se c'è una persona che non rientra nei canoni del politico di sinistra vecchio stile, quella è Renzi, che invece gode di amplissima e trasversale fiducia personale. 
Lo spessore dell'opposizione lo si può misurare considerando che l'uomo del momento è Matteo Salvini e in generale a destra non sembra che abbiano capito bene la situazione, visto l'emergere tra le loro fila come leader di un rozzo e xenofodo estremista in un momento in cui la competizione è più che mai centripeta (se qualcuno non l'avesse capito si tratta dello stesso uomo del momento di cui sopra). Se a questo poi aggiungiamo le continue provocazioni alla minoranza del PD, più volte sfidata dal premier alla scissione, come se facesse comodo un soggetto politico a sinistra del PD che spinga questo ancora più verso il centro, si delinea quello che, ad opinione non solo mia ma di molti esperti, è il disegno renziano sull'assetto partitico degli anni a venire. Non si tratta più solo di vocazione maggioritaria e di centro-sinistra di governo, l'intenzione è quella di posizionarsi esattamente al centro inglobando tutto il vastissimo elettorato moderato, lasciando agli estremi, destra e sinistra senza dimenticare il M5S, soltanto le briciole. In un paio di anni quindi rischiamo di passare dal “tripartitismo perfetto” (PD+Forza Italia+M5S) del 2013, al dualismo Renzi+larghe intese vs. M5S del 2014 alla DC 2.0 del 2015.